Cambiano gli allenatori ma l’unica certezza alla Juve è quella di dover ritrovare slancio e identità. Per Spalletti l’addio di Vlahovic è la prima grana.
L’arrivo di Luciano Spalletti alla Juventus è di quelli destinati a lasciare il segno. Dopo settimane turbolente e l’esonero di Igor Tudor, il club bianconero ha scelto la via dell’esperienza, dell’ordine e della mentalità vincente. Spalletti non è solo un allenatore, è un architetto del gioco e delle emozioni, capace di rimettere in sesto spogliatoi sfilacciati e di restituire senso e direzione a progetti smarriti. E la Juve, in questo momento, di direzione ne ha un disperato bisogno.
Con lui cambiano le gerarchie, ma soprattutto l’aria che si respira. Non è un mistero che Spalletti ami i giocatori duttili, tecnici, pronti al sacrificio e in grado di interpretare più ruoli. È per questo che alcuni volti finora opachi potrebbero trovare una seconda vita. Lois Openda, ad esempio, può diventare un’arma devastante negli spazi, grazie alla transizione rapida che Spalletti predilige. Joao Mario, invece, potrà mettere da parte l’ansia da Serie A e bruciare la fascia come è nelle sue corde.
E poi c’è Jonathan David, il jolly offensivo mai davvero esploso, che con il tecnico toscano potrebbe trovare il contesto ideale per accendersi. Ma in mezzo a questi possibili rilanci c’è un nome che sovrasta tutti, per peso specifico e valore simbolico: Dusan Vlahovic. Il serbo, arrivato come il predestinato del gol e travolto da un triennio di montagne russe, si trova davanti a un bivio. E forse, per la prima volta, c’è un allenatore in grado di rimetterlo davvero al centro del progetto, non solo tatticamente ma anche psicologicamente. Spalletti sa toccare le corde giuste: non sorprenderebbe se ripartisse proprio da lui per ricostruire la Juventus.
Vlahovic, anima e tormento della Juve: tra leadership ritrovata e futuro da decifrare
Nella notte complicata di Juventus-Udinese, Vlahovic è tornato a essere il cuore pulsante della squadra. Ha conquistato e trasformato il rigore che ha deciso la partita, ma soprattutto ha mostrato un atteggiamento diverso, da trascinatore. Non ha solo segnato: ha chiamato il pubblico, ha incitato i compagni, ha cercato quella connessione emotiva che da troppo tempo mancava tra la squadra e i tifosi. È stato un gesto da leader, forse inconsapevole, ma tremendamente necessario per un gruppo che sembrava svuotato dopo il cambio di panchina. Nel post-partita le sue parole hanno pesato più del gol: “Abbiamo cambiato tre allenatori in un anno e mezzo, dobbiamo guardarci allo specchio e capire dove stiamo sbagliando. Le colpe sono di tutti”. Un’autocritica lucida, quasi dolorosa, che racconta un ragazzo maturato attraverso le difficoltà. Vlahovic sa che il tempo stringe: il suo contratto con la Juventus scade nel 2026, e già da febbraio potrebbe firmare un pre-accordo altrove. Ma l’attaccante non chiude la porta: “Non so cosa può succedere. Mai dire mai. Io sono concentrato sul presente”.

Vlahovic, anima e tormento della Juve: tra leadership ritrovata e futuro da decifrare – Sport.forumfree.it (screen Youtube)
Dietro quelle parole si intravede il dubbio, ma anche la voglia di restare. Perché con Spalletti le carte potrebbero rimescolarsi davvero: il tecnico toscano, abile a gestire le personalità complesse, potrebbe essere l’uomo giusto per restituire a Vlahovic fiducia e continuità. Se riuscirà a farlo sentire indispensabile, il serbo potrebbe tornare quel centravanti letale che aveva promesso di essere. Oggi Vlahovic è il termometro dell’anima juventina, a tratti nervoso, ferito, ma ancora capace di battere forte. Il futuro è una pagina bianca e la penna in mano ce l’ha Spalletti.

Addio Vlahovic, decisione inaspettata: Spalletti non ne sapeva niente - Sport.forumfree.it (screen Youtube)










